Fattore umano

Esseri umani, o essere umani

Capita che certe giornate si mettano d'accordo per raccontarti una storia da più punti di vista.

L'inizio del racconto è stato in auto verso Milano, per un corso di leadership, mentre ascoltavo un podcast a tema AI. Mi arrivano due concetti: il primo è che più impariamo a parlare con le macchine, più emerge quanto poco sappiamo parlarci tra noi; il secondo su quanto sia utile o opportuno umanizzare le macchine.

Poco dopo, al corso di Otto Walter tenuto dal bravissimo Matteo Corbetta, è arrivata un'espressione che mi è rimasta addosso: la "formula della felicità" come orientamento per sviluppare la motivazione in azienda. Qui arriva il primo collegamento con la "Milano-Laghi": quasi tutte le variabili di quella formula hanno a che fare con il modo in cui ci parliamo, con quello che ci diciamo e come ci esprimiamo. Quanto veniamo riconosciuti e quanto ci interessiamo agli altri passano necessariamente attraverso le domande che vengono poste e alla capacità di mettersi davvero in ascolto. Questo punto di vista mi ha talmente convinto, nella sua inequivocabile verità, che ho proposto, un po' per provocazione, che la felicità dovrebbe diventare il nostro primo indicatore: non l'ultima voce di cui ci si ricorda a fine anno, ma il primo KPI.

Il secondo segnale parte da una riflessione di Nello Cristianini sul modo in cui si prova a rendere "buona" una macchina. Il senso era che la via più solida per evitare che un'intelligenza artificiale ci faccia del male non è recintarla con una lista di divieti, ma infonderle qualcosa che somiglia a un'etica, quasi una coscienza, perché arriva più in profondità di qualunque regola. È lo stesso principio che porta chi addestra questi sistemi a chiedere loro non solo di obbedire, ma di aver cura del benessere di chi si trovano davanti. E lì mi si è chiarito un pensiero: addestrare una macchina su un sentimento così profondamente umano come l'aver cura è forse il modo più potente che abbiamo per renderla affidabile. Più potente di qualsiasi istruzione, perché un'istruzione si esegue e basta, mentre la cura, quando è davvero radicata, orienta tutto il resto.

Qui arriva l'altro incrocio: si lavora, al corso, su ipotetiche schede di valutazione, colloqui valutativi e le tematiche correlate. Niente di particolarmente complesso, quando ci si confronta su temi oggettivi, prestazionali, in una parola sulle hard skills. Ma quando i temi riguardano comportamenti, carattere, attitudine, sfera personale? Beh, lì entra in gioco l'empatia, l'interessamento umano, la benevolenza… sempre che non prevalga, per dirla alla Otto Walter, l'istinto del "Gorilla" che c'è in noi.

La morale? Lavoriamo per insegnare alle macchine ad aver cura, lo consideriamo la cosa più profonda che possiamo imprimere in un sistema, e intanto dentro le nostre organizzazioni "aver cura" è spesso la prima voce che tagliamo. Misuriamo tutto e chiediamo poco. Riempiamo le giornate di cruscotti e svuotiamo le riunioni di ascolto. Stiamo imprimendo nel silicio proprio ciò che stiamo lasciando spegnere in noi.

Eppure è esattamente qui che vedo l'occasione, più che la minaccia. Alla macchina possiamo affidare sempre di più la parte hard del mestiere: il calcolo, la ripetizione, l'elaborazione di montagne di dati. A noi resta, e finalmente con più tempo per coltivarla, la parte soft, che è soft soltanto nel nome. Da un lato l'intuito, cioè la capacità di leggere dentro i numeri quello che i numeri da soli non diranno mai. Dall'altro la sensibilità: l'empatia, l'attenzione, il prendersi cura nelle relazioni con gli altri noi. È la parte che la macchina sta faticosamente provando a imparare da noi, e trascurarla adesso che scopriamo quanto pesa sarebbe il vero errore.

Forse la formula che cercavamo era tutta qui. Possiamo restare esseri umani e dimenticarci, poco alla volta, di essere umani: coltivare la parte soft è il modo per non confondere mai le due cose.

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