Il pensiero · Lavoro & metodo
Homo faber faber
Dal cantiere di Bernini al silicio: più la macchina esegue, più conta chi ha in testa il disegno. Cambia la pietra, non la mano.
Il colonnato di San Pietro è di Bernini: lo diciamo senza esitare. Porta il suo nome, ma la sua realizzazione materiale fu opera di una vasta bottega di maestranze sotto la sua direzione. L'opera è sua lo stesso, perché l'autore non è chi muove le mani: è chi ha avuto l'idea e ne ha seguito passo a passo la realizzazione e la posa.
L'immagine della bottega è mia; la chiave per leggerla la prendo dal filosofo Luciano Floridi. Nella lettura proposta da Luciano Floridi, il punto non è attribuire alla macchina una mente umana, ma osservare che può produrre effetti e azioni senza possedere il nostro stesso modo di pensare. Detto a modo mio: non sostituisce la mente, sostituisce il braccio.
È la nuova bottega, gli apprendisti instancabili che trasformano la tua creazione in materia e che ti lasciano lo spazio, il tempo e le energie per pensare, sperimentare e creare ancora. Il buon maestro e artista non si assenta: vigila, controlla e indirizza il lavoro della sua bottega. Solo così, alla fine, la materia potrà portare il suo nome.
Questo è stato sempre il tratto distintivo della nostra specie. Riprendendo liberamente un'idea di Henri Bergson, prima ancora che Homo sapiens siamo Homo faber: l'uomo che, per potenziare la propria forza e abilità, fabbrica strumenti e li utilizza con perizia. Per passare dalla selce della prima lama al silicio dei chip che muovono l'AI ci sono voluti due milioni di anni di evoluzione, ma alla fine è cambiata, e di molto, la forma, non gli ingredienti della sostanza: pensiero e sabbia.
Chissà se quel primo uomo che ricavò un arnese dalla pietra fu osteggiato dal suo gruppo oppure se fu imitato. Azzardo una risposta ad intuito: la seconda. Quando ci ripetono che le macchine ci renderanno più piccoli, allora sorrido, perché accadrà il contrario. Più la macchina si prende l'esecuzione, più il valore si sposta in alto, verso ciò che resta nostro: immaginare, decidere, dare senso, in una parola Creare. Ogni strumento che ha potenziato la nostra abilità ci ha spinti ad affrontare nuovi limiti e nuove sfide.
L'AI è l'ultimo attrezzo potentissimo che l'uomo ha inventato, e porta in sé una condizione ancora più potente: non premia chi sa solo chiedere, premia chi sa giudicare la risposta. Moltiplica chi è preparato e ha un'idea; smaschera chi non lo è.
Qui il nostro Paese ha una carta che è da sempre una nostra ricchezza: il saper fare della manifattura e il gusto, la creatività e l'intraprendenza che nessun algoritmo replica. L'artigianalità che qualcuno ci ha fatto credere fosse arretratezza, nell'era dell'AI applicata e funzionale, torna ad essere un vantaggio.
Un esempio fra tutti lo sta dando Brunello Cucinelli. Chi ha sempre creduto nella bottega, fino a trasformare un borgo intero, Solomeo, in una scuola dei mestieri delle mani, ha definito l'intelligenza artificiale una «nuova ancella per l'uomo». La leggo così: una presenza al servizio del genio dell'uomo, non il suo sostituto.
Ci classifichiamo come Homo sapiens sapiens, l'uomo due volte sapiente. Ma forse stiamo salendo un altro gradino: da Homo faber a Homo faber faber, l'uomo che fabbrica strumenti capaci a loro volta di fare. Nessun delirio di onnipotenza o senso demiurgico, ma nemmeno demonizzazione e pregiudizio: è l'ultimo modello di selce, usiamola bene e per essere liberi di creare.
La morale? Ricordiamoci che anche alla pietra più affilata servono mani abili e idee, quelle non sono delegabili a nessuno, tantomeno alla stessa pietra.
Le opinioni espresse sono a titolo personale e non costituiscono consulenza legale, finanziaria o tecnica.